Cosa osserviamo nel bambino pronto per l’asilo. Che cosa nel bambino pronto per la scuola. (Ovvero: alla ricerca del “giusto tempo”)

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Individuare il giusto tempo non può prescindere dalla ricerca, ma anche dalla attesa. L’attesa nella maggior parte delle situazioni ci muove una certa inquietudine. L’attesa nel fare le file nei supermercati, negli uffici, le file in macchina. L’attesa di una risposta, di un messaggio, di una chiamata, di un riscontro. L’attesa di una visita, l’attesa di un pacco.  A volte tingiamo questa attesa di un elemento fantastico, la gioia dell’attesa per un evento desiderato. Quanto più lo desideriamo tanto più lo riempiremo di significati e di valore, ma in fondo in fondo se potessimo abbrevieremmo sempre ogni tipo di attesa. Questo vale tanto per i grandi quanto per i piccini. Anzi i piccini non sanno proprio attendere, vogliono tutto subito, il sapere attendere è già di per sé riconosciuto come un elemento di maturità.

L’unica attesa a cui tutti riconosciamo un tempo sacro ed ineludibile è quello della nascita. Si sentono mamme che dicono: “Non ne posso più di questo pancione”, “Non vedo l’ora che nasca”, ma tutto sommato tutti vogliono portare questo tempo a “termine”.  Tutti sappiamo che una gravidanza portata a termine sta quasi sempre ad indicare che tutto è andato per il verso giusto. Un bimbo nato prematuro verrà tenuto in neonatologia, lontano dalla madre, non potrà godere in quel primo periodo del con-tatto con il corpo della madre, non potrà essere attaccato al seno. Ma anche una gravidanza protratta oltre i termini è motivo di preoccupazione. La madre deve sottoporsi a continui controlli sul battito fetale per controllare che il bimbo non soffra. La placenta ha un tempo di scadenza, affinché il corpo produca l’adrenalina necessaria per attivare le contrazioni. La placenta smette, alcune settimane prima del termine, di nutrire il bambino, il quale comincia a non stare più così beato nel ventre della mamma. In questa attesa vi è quindi un giusto tempo, quello che è dato dal completamento di una grande opera: la creazione di un essere umano.

Questa opera di trovare il giusto tempo non finisce con la nascita, fino a quel momento, per nostra fortuna direi, è la natura, la saggezza divina, ma anche la salute, che controllano e guidano questo tempo. La saggezza divina per fortuna non si è fatta contagiare dalla nostra frenesia di contrarre i tempi. Il giusto tempo dal concepimento alla nascita è sempre di 9 mesi. 10 mesi lunari, 40 settimane. Numeri che contengono una saggezza, numeri da rispettare. Il tempo se lo prende la natura. Noi abbiamo contratto il tempo dato alla madre per potere rimanere a casa dal lavoro “in attesa”, lo stiamo quasi azzerando, ma più di questo non possiamo fare. In questo modo però creiamo le condizioni perché la madre non si conceda un tempo per “godersi l’attesa”, ma tirata per i capelli fino all’ultimo dalla frenesia del quotidiano, si affidi ad un negozio: “Tutto per il tuo bambino, ci pensiamo noi”.  E così ci abituiamo che, quanto più crediamo di sapere fare appello alle nostre facoltà intellettuali, nel nostro lavoro, tanto più non ci concediamo neppure un giusto tempo per potere valutare, scegliere, capire, quanto riguarda l’evento più importante della nostra vita. Perché di questo si tratta quando nasce un figlio.  Per “ingannare il tempo di attesa”, per portare, direi meglio, un po’ di pace alla naturale inquietudine che spesso questa attesa comporta, la medicina ci ha messo a disposizione tanti strumenti: l’amiocentesi, l’esame dei villi coriali, proposte tenendo sempre meno conto dell’età della madre, una volta si proponevano solo alle madri “attempate”, l’ecografia ed altro ancora. Tutte ci fanno sapere prima della nascita il sesso del nostro bambino, se sta bene, il battito del cuore e tanto altro ancora.

Abbiamo visto che quando è la natura che si occupa di trovare il giusto tempo, siamo ancora protetti da una saggezza che potremmo definire cosmica. Il susseguirsi delle stagioni, i tempi di lievitazione, le stagionature dei formaggi o dei salumi.  Conosciamo tutti la differenza tra una stagionatura che avviene in una catena di produzione industriale e quella che avviene “secondo natura”. Ora si tratta di capire cosa fare per trovare il giusto tempo quando questo tempo è affidato a noi. Prima di tutto dobbiamo chiederci a chi e cosa affidiamo questa ricerca. Non è più solo un fatto di natura ma soprattutto di cultura.

Su cosa vogliamo fondare la nostra cultura come uomini di questo tempo, a quali conoscenze ci appelliamo? Conoscenze che si misurano con i fatti, che cercano nella realtà i loro riscontri, direi che potrebbero essere delle buone risposte. Conoscenze fondate sulla natura dell’essere umano che però amano mettersi in discussione, verificare, misurandosi per l’appunto con ciò che succedere se ci si muove in un modo piuttosto che in un altro.

Allora possiamo trovare per esempio un giusto tempo tra un pasto e l’altro, quando iniziamo ad allattare il nostro bambino. Un tempo che viene cercato, lasciando al bambino un giusto tempo per digerire il latte e lo troviamo cercando anche una sintonia con un giusto tempo lasciato al ritmo del riposo.   Aspettiamo ed osserviamo.

Steiner ci dice che il latte è la prima forma di dialogo con il bambino e come ogni dialogo non può essere fatto solo di parole, ma anche di ascolto, di attesa che l’altro possa esprimersi. Il neonato non ha nessun strumento per manifestarsi se non il pianto e poi successivamente, ma solo più tardi, il sorriso. Non è abituato a piangere per essere percepito, nel ventre della madre era percepito e basta, continuamente. Nell’attesa che ci concediamo nell’osservazione e nell’ascolto il bambino trova le sue prime autonomie, direi il germe delle future autonomie: le sue manifestazioni vengono ascoltate. Questo richiede un giusto respiro da parte dell’adulto, un respiro cercato, a cui la conoscenza può fare da supporto e guida. Una calma interiore che si trasmette a quel concentrato di empatia che è il bambino piccolo.

Il giusto tempo per tenerlo fasciato, fino a quando le sue gambette diventano così robuste che si liberano da sole da questo primo involucro terreste che lo tiene avvolto in un elemento di calore e di protezione. Il giusto tempo per metterlo seduto, anche nell’ovetto, affinché la sua schiena e le sue anche siano pronte a questa nuova impresa. Il giusto tempo perché si erga da solo in piedi, esercitandosi all’infinito, sostenuto da robusti appoggi che può trovare nella casa accuratamente predisposta per lui, perché possa esplorare in sicurezza, ma anche sostenuto dalle nostre mani. La sua autonomia ci interessa più di ogni altra cosa e noi ne siamo il veicolo. Conquiste raggiunte perché “addestrati a raggiungerle”, hanno un sapore del tutto diverso.  Steiner ci dice che manca loro il profumo dell’amore. Lavoriamo al servizio del risultato, non nella cura del processo. Il giusto tempo lo troviamo curando il processo, non perseguendo il risultato ad ogni costo.

Come possiamo trovare l’universalmente umano quando le manifestazioni individuali sono tanto differenti? Per esempio, ci sono bambini che iniziano a camminare a 10 mesi ed altri che lo fanno verso i 20.  La risposta della pedagogia Steineriana è che lo troviamo nell’approccio.  Io mi metto a disposizione con il giusto atteggiamento nei confronti di questa conquista. Sono a disposizione con amore ed aspetto che il bambino ne sia pronto. Per sostenerlo in ogni conquista devo trovare il giusto approccio. Questo vale anche per la conquista del linguaggio e più tardi del pensiero che inizia a manifestarsi quando il bambino incomincia a parlare di sé in prima persona.

La domanda che ci dobbiamo porre come educatori e soprattutto come genitori è: di che cosa ha bisogno il mio bambino in questo momento? Come posso sostenerlo?  Guardando al bisogno e non al risultato.

Cultura viene dal verbo latino “colere”, coltivare. Il termine è poi stato esteso per indicare comportamenti religiosi quali la “cura verso gli dei”, da qui il termine “culto”, ad indicare anche un insieme di conoscenze. Riappropriarci di una cultura che rispetti il giusto tempo nella cura del quotidiano, nella cura del processo.  È una cultura, quella proposta dalla pedagogia steineriana, che si mette in ascolto di una saggezza universale che troviamo nella cura del processo. Allora cultura e saggezza cosmica possono darsi la mano. Allora possiamo parlare di universalmente umano, che va oltre alla saggezza di un popolo, alle abitudini di una famiglia, alla rete di relazioni a cui facciamo riferimento. È una ricerca che trova nel benessere del bambino la sua risposta e la sua conferma.

Steiner dice agli educatori e quindi anche ai genitori che per educare è necessario conoscere la natura dell’essere umano. È un invito a conoscere le tappe evolutive, la loro sequenza e le forze che le sostengono.  Con il parto abbiamo solo la nascita del corpo fisico del bambino, solo il corpo fisico della madre e quello del figlio si separano, i corpi più sottili, quelli che non si manifestano ai sensi ordinari, debbono continuare ad avvolgere ogni bambino. Per corpi sottili Steiner intende il corpo vitale o eterico che dà vita alla sostanza fisica di cui è formato il nostro corpo. Il corpo eterico porta una memoria universale, che guida tutti i processi formativi del nostro corpo ma anche una memoria individuale, che accompagna i nostri apprendimenti ed anche il nostro destino.  Un altro corpo sottile è il corpo astrale che accompagna le nostre pulsioni, i nostri desideri.  Ed infine il corpo sottile più giovane, l’ultimo nato nella storia dell’evoluzione dell’uomo: il corpo dell’IO.

Ogni corpo ha una sua “nascita”, ovvero si libera dalla corporeità fisica e si emancipa dalla corporeità dei genitori.  La gravidanza è di 40 settimane in ogni angolo della terra ed in ogni cultura, anche le nascite successive, quella dell’eterico a 7 anni, quella dell’astrale a 14 anni con la maturità sessuale, e quella dell’IO a 21 anni, obbediscono a leggi cosmiche che la pedagogia steineriana non vuole che siano piegate alla cultura della fretta, dello scopo, del risultato. Dopo avere avvolto per 40 settimane il suo bambino con il suo corpo fisico, la madre deve avvolgerlo con il suo corpo di vita, con le sue energie, con le sue forze vitali.  Il bambino ha bisogno di questo corpo di protezione che la madre gli dà facendogli da guida nella cura dei ritmi: il ritmo sonno-veglia, quello dei pasti, quello della passeggiata eccetera. Come aveva lasciato che il bambino, durante la gravidanza, crescesse e formasse il suo corpo fisico, ora deve curare le forze vitali del bambino, il suo corpo eterico, affinché possa plasmare a nuovo tutto il corpo fisico che ha ricevuto in eredità dai genitori.  Lo plasmi il più possibile in conformità alla sua individualità. Di nuovo abbiamo leggi cosmiche al servizio dell’Io, della possibilità del bambino di individualizzarsi, di manifestarsi come essere unico ed irripetibile.

Per permettere alla individualità del bambino di manifestarsi, la strada da percorrere non è quella di chiedergli cosa vuole, cosa vuole fare, ma è quella di fargli da guida sicura, grazie alla conoscenza di queste leggi cosmiche che accompagnano un “sano sviluppo dell’essere umano”.

Nella settima conferenza del testo di Steiner, che porta esattamente questo titolo, si entra in modo approfondito in questo tema. Fino a poco prima del terzo anno di vita, Steiner ci dice che il bambino è assolutamente impermeabile alle nostre richieste. Ci dice proprio: il bambino fa solo quello che vuole. Cosa significa più esattamente: il bambino piccolo è tutto volontà senza un chiaro pensiero che possa compenetrarla, è tutt’uno con il mondo che lo circonda, non percepisce un dentro ed un fuori, tutto quello che vede lo vuole afferrare, metterlo in bocca, è suo, oppure non osa afferrarlo, in entrambe i casi non ha ancora degli strumenti autonomi per mettersi in relazione. In realtà è fortemente dipendente dall’ambiente che lo circonda, dai ritmi del sonno veglia e dei pasti. Se curiamo con giusti ritmi il suo benessere, avremo un bambino molto più tranquillo e disposto ad affidarsi, anche se in modo inconsapevole, a chi si prende cura di lui.  Verso i tre anni il bambino, per esempio nel disegno, esce da un movimento circolare più o meno caotico, più o meno compulsivo e chiude per la prima volta il cerchio. Parla di sé in prima persona.  Percepisce un dentro ed un fuori. Anche questo in ogni cultura. Anche il disegno infantile è una testimonianza che esiste un universalmente umano che unisce tutti i bimbi della terra.

Nei primi tre anni di vita il bambino conforma principalmente il cervello, fa un lavoro plastico nella sfera del capo che non ha pari in nessuna successiva tappa evolutiva. Dopo i tre anni il bambino comincia a percepire un dentro ed un fuori, comincia a capire che se la mamma non c’è poi torna, questo ovviamente è supportato anche dal ritmo. La mamma va ritrovata sempre alla stessa ora. La condizione animica del bambino che non ha compiuto i 3 anni è molto diversa da quella di chi li ha già compiuti. Il bambino di tre anni ha gli strumenti per fare questo, il più piccolo ancora no. Dopo i tre anni possiamo dire che abbiamo il giusto tempo per andare all’asilo. Tenendo conto di queste osservazioni si possono trovare ovviamente delle soluzioni anche per i bambini più piccoli, ma bisogna comprenderne fino in fondo la responsabilità. Diventa determinante, ancora più che in altre fasce di età, a chi viene affidato il bambino, se l’ambiente che viene predisposto ad accoglierlo è affine ad un ambiente domestico, con un rapporto bimbi educatore molto basso. Ci si può affidare pochissimo alle loro capacità di avere delle relazioni con i coetanei, bisogna essere presenti in un rapporto Io-Tu molto più stretto.

Mentre il corpo eterico plasma il corpo fisico del bambino dal capo fino alle membra, le attività dell’anima agiscono dagli arti verso il capo. La prima attività dell’anima, attività interiore, del bambino è la volontà. Il bambino piccolo è tutto volontà. In questa attività sono principalmente coinvolti gli arti.  Il bambino piccolo è tutto movimento, passa da una azione all’altra. Questa condizione dell’anima, che si esprime prevalentemente nella volontà, perdura per tutto il primo settennio con coloriture diverse in relazione al lavoro delle forze plastiche del corpo eterico che agiscono nel corpo fisico partendo dal capo. Ed ecco che il bimbo fino ai tre anni è veramente solo volontà, vive solo nel presente, non è in grado di dare una progettualità al suo gioco, vive in uno stato di coscienza di sonno ed è bene lasciarlo in questo stato perché vive completamente nella percezione. Bisogna curare che abbia intorno a sé un mondo sano da percepire. Le forze eteriche che hanno completato la loro azione nel capo si liberano in favore di una nuova capacità di vita di relazione, il gioco si colora di fantasia. Le forze eteriche plasmano la sfera del tronco, quella mediana, importantissimo è il lavoro di armonizzazione degli organi interni che riguarda questa fascia di età. Infine, le forze eteriche scendono a plasmare la zona delle membra. Gli arti si allungano, le proporzioni del capo con il resto del corpo si modificano. Con il braccio intorno al capo, la mano del bambino raggiunge l’orecchio opposto. Si forma l’arco plantare. Le forze eteriche agiscono anche pesantemente con la parte del capo che ha più a che fare con il metabolismo, con i denti. I denti da latte cadono per lasciare spazio ai denti che il bambino ha conformato con le sue forze vitali. Questo fenomeno è irripetibile, anche questo in tutte le culture e presso tutti i popoli della terra. Il battito del cuore si modifica e cambia anche il suo rapporto con il respiro.

Il bambino è in grado di portare una progettualità nel suo gioco, è in grado di farsi delle rappresentazioni. Allora inizia ad essere molto ripetitivo nei suoi giochi. Visto che non sono più mossi dalla sola fantasia, ma sempre più da una nuova capacità di dare progettualità al gioco, tiene il progetto un giorno per l’altro, ogni giorno lo trasforma un po’, ma non così pesantemente come il bimbo dai 3 ai 5 anni.  In asilo ho potuto osservare che cercano uno spazio tutto loro per mettere in atto i loro progetti, iniziano a preparare spettacoli per i più piccoli, sono in grado di raccontare, sanno mettersi in relazione con un prima ed un dopo, con le sequenze che stanno nel ritmo della settimana, questo aiutati anche da come noi ne curiamo il ritmo.  La loro volontà si colora di una prima attività pensante. Volontà che non è più solo puro “istinto” ma diventa “impulso”, sostenuta dalle forze eteriche plasmatrici che, avendo finito il loro compito nel corpo fisico, si liberano dalla corporeità e si mettono al servizio della memoria e del pensare. Il giusto tempo, l’attesa, sta nel lasciare che questo compito venga portato a termine fino in fondo.

È importante fare in modo che il bambino non si “specializzi” troppo presto. Gli animali nascono “specializzati” dai loro istinti che ne conformano la corporeità in modo che ne sia già asservita. I tempi di crescita negli animali sono assolutamente più brevi, ed ora la produzione industriale li sta ulteriormente velocizzando ricorrendo a varie strategie: antibiotici, luci, spazi.  Anche questo ce la dice lunga a che cosa è al servizio la cultura del nostro tempo. Più o meno consapevolmente. (Anche nelle bambine si sta notando che il menarca è sempre più anticipato con un avvio alla maternità però sempre più protratta). Capiamo benissimo che non è una cultura al servizio dell’universalmente umano e noi da questa cultura dobbiamo cercare di emanciparci, almeno per il bene dei nostri figli. Il cervello dell’essere umano si conforma nei primi tre anni di vita, ma continua un importante lavoro anche per tutto il primo settennio. La corteccia prefrontale è la parte del cervello più giovane che ha bisogno di tempi più lungi per conformarsi. Questa regione è implicata nella pianificazione dei comportamenti cognitivi complessi, nelle espressioni della personalità, nella presa di decisioni e nella moderazione della condotta sociale. L’attività basilare di questa regione è considerata la guida dei pensieri e delle azioni in accordo ai propri obiettivi. Le funzioni esecutive sono coordinate da questa regione del cervello e si manifestano a 7 anni. Ed è così che a 7 anni si inizia ad usare la memoria come strumento strategico. A 7 anni si inizia ad osservare la capacità di controllo inibitorio la cui efficienza aumenta negli anni successivi, vale a dire di inibire i comportamenti che non sono funzionali al raggiungimento degli obiettivi. Il controllo inibitorio riguarda anche il livello emotivo-comportamentale.

Nella scuola steineriana i bambini entrano nel settimo anno. I bambini che vengono osservati dal medico scolastico sono solo i bimbi che compiono i 6 anni nella primavera precedente l’inizio dell’anno scolastico. Abbiamo una commissione con un maestro/a del primo settennio, un/a del secondo, l’euritmista ed il medico scolastico. Vengono presi in esame sia gli aspetti fisici, che quelli comportamentali che riguardano sia la relazione con l’adulto che con i coetanei. Abilità, tempi di concentrazione, compiti portati a termine ed interiorizzati solo grazie ad una richiesta verbale, azioni non più mosse solo dalla imitazione, capacità di ascolto, sono tutti elementi che vengono considerati.

Noi consigliamo l’anno di completamento anche ai bambini che poi continuano il loro percorso scolastico nella statale. È importante che un bambino sia pronto per questo determinante passaggio, indipendentemente dalla scuola che frequenterà. Troviamo in una scolarizzazione precoce tanti pericoli.  Disorientamento del bambino di fronte a richieste che non è ancora in grado di comprendere, fare sue, acquisizioni di concetti attraverso le forze imitative e non perché compresi. Jean Piaget aveva ben presente questo quando scriveva:

“Ogni volta che si insegna troppo presto ad un bambino qualcosa che avrebbe potuto scoprire da solo, si impedisce che quel bambino lo inventi da solo e, di conseguenza, che lo comprenda fino in fondo”.

Lesione alla propria autostima, un bambino se inizia ad interiorizzare un sentimento quale: “Io non sono capace, intanto io non riesco…,” lo interiorizza ed è molto difficile da sradicare.  La legge 170 del 2010 che prende in esame tutti i disturbi specifici di apprendimento che sempre più numerosi si manifestano nei percorsi scolastici di tanti bambini, raccomanda di fare i test di apprendimento non prima del secondo anno della primaria, ovvero a 7 anni, in modo da non dare una diagnosi di 170 a bambini che semplicemente hanno bisogno del loro giusto tempo. Un genitore/insegnante mi ha detto che questa indicazione viene sempre più disattesa in quanto gli insegnanti sono sempre più in difficoltà, con classi numerose, tanti stranieri, bimbi piccoli, che preferiscono far fare al più presto i test, in modo che i bambini possano usufruire di ausili elettronici e si possa “procedere” con i programmi. I computers nelle classi e le L.I.M. (lavagne interattive multimediali) vanno in questa direzione. Ma il cervello, per garantire la sua efficienza, funziona per potature e mielinizzazioni.

Tenere più funzioni aperte possibili va nella direzione di non animalizzarci, non specializzarci troppo presto, lasciando al bambino in crescita la possibilità di esprimersi su più talenti: la musica, il canto, la pittura, il disegno, la recitazione, il movimento, il calcolo orale, l’imparare a memoria, la coralità. Va nella direzione di dare la possibilità ad ogni singola individualità di manifestarsi in una corporeità di cui abbiamo curato la plasticità. Lasciare che le forze eteriche del bambino compiano fino in fondo il loro compito plastico sul corpo fisico del bambino e che non siano sottratte precocemente al bambino per indirizzarle all’apprendimento, va nella direzione di educare alla libertà. Ovvero lasciare al bambino la libertà di trovare la sua strada e di non canalizzargliela su quelli che, alla luce della analisi da me portata in questo studio, sono dei falsi obiettivi.  È una questione di libertà, quindi di salute del corpo, dell’anima e dello spirito.

Avere una visione dell’essere umano priva di spirito, sposta l’obiettivo della ricerca. La riduce, la semplifica, a discapito della libertà e della ricchezza della diversità.

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