Il bambino nell’epoca dei media

Condividi:

di Thomas Homberger

Nel nostro tempo è necessario occuparsi dei mass media, evitando ogni atteggiamento di rifiuto aprioristico o, peggio, di paura. I mezzi di comunicazione di massa sono una realtà del nostro mondo che non possiamo non accettare.
Nel secolo scorso, si guardava con preoccupazione allo sviluppo delle ferrovie: si temeva che la velocità dei treni, 25 Km all’ora, non fosse sopportabile per l’anima.
Oggi non abbiamo alcun dubbio che la nostra anima ci segua anche in treno, mentre per noi i mass media sono diventati un problema. E’ giustificato domandarsi che cosa capita alla nostra anima quando siamo davanti al teleschermo.
Sbaglieremmo tuttavia a fantasticare terribili potenzialità, o ad allontanarci dal problema, ritirandoci su di un’isola.
Durante la gravidanza, il bambino segue diverse fasi dell’embriogenesi. Dopo la nascita, è necessario, affinché diventi veramente un individuo del suo tempo, che ripercorra le grandi tappe evolutive dell’umanità. Deve quindi avere la possibilità di vivere attraverso altri modelli di coscienza. Noi abbiamo una coscienza astratta e tutto ciò che è matematico ci è molto vicino. In un certo senso, è vero che il “quoziente d’intelligenza” è proprio espressione del nostro livello di sviluppo. Con una cifra vogliamo indicare quanto un ragazzo è intelligente – questo è il nostro modo di avvicinare il mondo.
Ma il bambino non è ancora arrivato a questo punto. E’ ancora intento a ripercorrere i passi che l’umanità ha fatto nel passato. Prima di Giotto, la pittura riproduceva un mondo animico, non fisico. Le Madonne di Cimabue per esempio, hanno un viso, un volto umano. Però tale volto non ha caratteri personali, individualizzati. Il processo di individualizzazione ha inizio con Giotto e coinvolge non solo le figure, bensì anche il paesaggio. Prima di lui non vi erano che sfondi d’oro, indistinti. Anziché osservare il mondo, così come si presenta ai nostri occhi, si guardava e rappresentava l’elemento spirituale che portiamo dentro di noi.

Secondo la pedagogia steineriana, si deve permettere ai bambini di percorrere i necessari passi di sviluppo. Quando avviene la nascita animica, essi acquistano una vista più chiara sul mondo. Lo si può vedere anche dai loro disegni. Per offrirne un esempio, ho portato il quaderno di un mio alunno di terza. In questa classe si racconta l’Antico Testamento, considerandolo come una testimonianza della storia dell’umanità. Con un disegno io ho illustrato alla lavagna alcuni episodi della Genesi: la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, Mosè, l’Arca di Noè. I bambini hanno fatto la stessa cosa sul loro quaderno. Guardate i disegni di questo bambino. Si vede che si è impegnato e che ha un carattere molto attivo. Ma vedete come è poco realistico? Guardiamo ora questi altri disegni, fatti dallo stesso bambino tre mesi dopo, al rientro delle vacanze. E’ tutto diverso. Intorno al nono anno di età il bambino incomincia, infatti, a guardare il mondo con occhi nuovi, prestando attenzione a come esso è fatto.

Possiamo dire, che ognuno deve attraversare i livelli di sviluppo dell’umanità per arrivare al nostro tempo con tutte le sue forze animiche, spirituali, fisiche, intellettuali. Il nostro tempo richiede uomini che abbiano una competenza sociale, una competenza di giudizio e una capacità di realizzazione (ossia di perseguire uno scopo). Queste attitudini sono tanto più importanti, quanto meno possiamo essere sicuri di ciò che avverrà nel futuro. Ciò di cui possiamo essere sicurissimi è che nulla è sicuro. Lo hanno capito persino gli svizzeri i quali si sono accorti che con tutte le loro assicurazioni nulla li garantisce dall’incertezza del futuro lavorativo ed economico.
Come vanno educati i giovani per un mondo che non ha sicurezze? Sviluppando le qualità di base di cui ho parlato. Bisogna distinguere quindi le varie fasi dello sviluppo: ho parlato del nono anno, potremmo parlare del terzo o del quattordicesimo, l’epoca della maturità sessuale… Non si tratta però di scadenze fisse. L’educazione non segue un orario ferroviario; chi se ne fa promotore deve saper vedere lo sviluppo reale del bambino, non quello teorico.

In Svizzera, lungo la strada che scende dal S. Bernardino, si incontra il paese di Zillis. Qui c’è una chiesa famosa per il suo soffitto interamente dipinto. Sono immagini che producono una forte impressione. Risalgono a un tempo in cui non c’erano giornali o illustrazioni. Le immagini erano qualcosa di raro e di prezioso, e dalle valli dei dintorni accorrevano in tanti per ammirare il soffitto della chiesa di Zillis. Anche i miei ragazzi, che pure sono abituati a vedere un’enorme quantità di immagini intorno a loro, quando li porto in gita in questa chiesa restano sempre molto colpiti.
Ci troviamo di fronte a un problema pedagogico: il bambino nei primi sette anni è ancora totalmente aperto alle impressioni. In un certo senso, si trova nella stessa atmosfera dell’umanità del 1000, del 1100. Ne ho fatto un’esperienza personale nel periodo in cui la nostra famiglia aveva dei bambini in affido. Quando andavo in giro o nei negozi con uno di loro, trovavo sempre qualcuno che diceva: “Oh, è il ritratto del padre”. Eppure non ero io il padre biologico. Ma quei bambini erano tanto aperti alle impressioni e ai gesti dei genitori – adottivi in questo caso – da assumere gli stessi atteggiamenti, le stesse espressioni.

L’io dell’essere umano si sviluppa nei confronti del tu. Questa legge, valida sempre, vale ancor di più oggi, perché noi tutti abbiamo sviluppato un mondo artificiale senza io: il mondo tecnico non ha l’io.
Un dipinto porta le tracce dell’individuo che lo ha prodotto. Invece quando sentiamo una voce attraverso un altoparlante abbiamo solo l’illusione che vi sia un io presente. Naturalmente, ogni programma per computer è stato creato da un io. Ma nel momento in cui uso il programma mi trovo di fronte soltanto al risultato della sua creazione. L’io invece non c’è più.

Grazie al rapporto io-tu, i bambini sono in grado di imparare in poche settimane la lingua madre. Lo psichiatra Manfred Bloyle, morto tre anni fa, ha trovato questa legge esprimendola in una fase molto semplice: “Tutto lo sviluppo dell’io è nel confronto con il tu”. L’io può entrare con profitto in relazione con aspetti della vita in cui l’io è assente, solo dopo aver sviluppato una certa forza. Più debole è l’io, più il mondo senza io fa impressione. Allora l’io non si sviluppa, bensì si ritira. Il mondo attuale è pieno di immagini, e se confrontiamo queste immagini con quelle della chiesa si Zillis dobbiamo concludere che il nostro tempo è molto più individualizzato, ma è anche più egoistico. Individualizzazione e egoismo sono due facce della medesima medaglia.

Può capitare che anziché dal rapporto io-tu un bambino impari la lingua prevalentemente dalla televisione o dalla radio. Ma i risultati sono dannosi. Il bambino impara, infatti, il linguaggio dei gesti prima di quello verbale: apre per esempio le braccia come ha visto fare alla mamma per esprimere stupore. E i bambini che da piccoli hanno guardato molta televisione non si sono mossi abbastanza fisicamente. Da quando si svegliano a quando vanno a dormire, i nostri piccoli sono continuamente in movimento, e questo movimento deve trovare impulso in un tu. A questa età le immagini primarie sono offerte dal padre e dalla madre, immagini che derivano dalla forza della persona. Poi entrano in gioco altre immagini che aiutano il bambino a trovare il suo posto nel mondo: i fratelli, la casa, la strada, il quartiere.

Noi dobbiamo anche ricordare che il nucleo che portiamo in noi ha una componente eterna, e noi dobbiamo dare spazio a quella piccola persona che è il bambino affinché possa sviluppare la sua componente eterna di modo che sappia che c’è un posto per lui nel mondo.
Ogni bambino è sicuro del proprio io, anche se non in modo cosciente.
Intorno al terzo anno, comincia a parlare in prima persona, ponendosi rispetto al mondo in un rapporto di continua opposizione. Per quanto duri un tempo limitato, questa crisi ha un grande significato: il bambino si distingue dal mondo circostante e prende consapevolezza della missione che deve assolvere, cambiare il mondo. Tutti gli uomini hanno una missione nel mondo. A differenza degli adulti i bambini sono pieni di entusiasmo, ed esprimono il loro entusiasmo nel gioco. Nel gioco, appunto, trasformano il mondo.

A loro dobbiamo proporre immagini che aiutino la fantasia nell’attività di trasformazione, dando perciò la preferenza a quelle immagini che abbiano qualcosa di incompiuto che può essere completato con la fantasia. I disegni dei fumetti (poniamo, Max e Moritz, un fumetto svizzero dell’inizio del secolo) sono spesso molto raffinati, ma sono anche fissi, statici. Non lasciano spazio ai bisogni di trasformazione. Sono immagini che impongono limiti alla forza dell’io che vuole cambiare il mondo. E noi non abbiamo diritto di porre limiti alla forza creatrice dell’io. In quanto espressione artistica, il fumetto, in realtà, si rivolge al mondo degli adulti. Un’espressione dell’intelletto adulto è, per esempio, la tendenza alla caricatura, frequente nella maggioranza dei fumetti.

In un certo senso, ogni immagine nasce sempre da un processo di manipolazione della realtà, e più il bambino è aperto più è facile che diventi vittima di tale manipolazione. Per soddisfare i suoi scopi, l’industria culturale ha la necessità di creare nuovi consumatori, e lo fa solleticando con forza crescente sempre nuovi bisogni estetici. Ma il confine che separa il bisogno dalla dipendenza è labile. Il bambino ha bisogno di ricevere delle impressioni che siano il risultato dello scambio fra un io e un tu. Deve avere la certezza che ci sia un tu che si prenda cura di lui scegliendo le immagini che più lo aiutino a sentire che in questo mondo esiste uno spazio che egli può occupare liberamente.

I risultati di alcune ricerche compiute negli ultimi anni confermano molto di quanto Steiner ha scritto nei primi decenni del secolo. Soffermiamoci sulla sua concezione dei sensi. Per Steiner ne esistono dodici, non cinque come si ritiene tradizionalmente. Uno di questi è il senso del linguaggio, diverso naturalmente da quello dell’udito. In questi giorni sto leggendo un libro. S’intitola Le cri de la muette ed è la biografia di una giovane francese, a cui fin dalla nascita è mancato il senso dell’udito. Per comunicare, costei ha imparato a usare il linguaggio dei gesti. E attraverso di esso a impadronirsi della lingua verbale tanto bene che adesso ha potuto addirittura scrivere un libro sulla propria vicenda esistenziale.

Vi è, dunque, un senso del linguaggio che ci consente di imparare e di comprendere anche il linguaggio sonoro.
Un altro senso ancora è quello del pensiero che per esempio ci permette di decifrare le indicazioni simboliche che troviamo, poniamo, in una stazione. Per Steiner esiste poi un senso dell’io che ci consente di percepire non tanto la nostra individualità, bensì quella di un altro: non il nostro io, ma quello altrui. La presenza di questo senso possiamo riconoscerla bene dei bambini. Vi sono persone che a volte vengono a visitare una classe. Di alcuni di essi i bambini neppure si accorgono: come se fossero costituiti di aria! Altri invece risvegliano il loro interesse, suscitano la loro curiosità. Radio e televisione ci danno solo l’impressione di metterci in comunicazione con un’altra persona. In realtà, in questo tipo di comunicazione l’io non è presente.

Sappiamo però tutti che se un senso non viene utilizzato, si atrofizza. Trascorrendo un tempo eccessivo davanti al televisore, i bambini (che sono più vulnerabili di noi) rischiano di perdere il loro senso dell’io. I fatti di cronaca lo dimostrano. Pensiamo a quei ragazzi inglesi che hanno ucciso un loro amico più piccolo. Certo, una vicenda di tale genere ha diverse implicazioni sociali. Ma se hanno potuto compiere un gesto tanto efferato, è anche perché mancava loro la percezione dell’io della vittima. Senza un solido rapporto con l’io di un altro, il nostro io non si sviluppa in modo normale, si ritira in se stesso, fatica a entrare in contatto con il mondo.

Nel testo “Educazione del bambino e preparazione degli educatori”, Steiner precisa che il bambino in questa età è ancora un imitatore: cerca un’autorità che sia percepibile dal suo senso dell’io. Un’autorità naturale, non imposta, che sappia manifestarsi attraverso l’attività artistica e un linguaggio ricco di immagini. Quando entra a scuola, il bambino non vuole più cambiare il mondo; vuole conoscere le bellezze, vuole comprendere e apprendere, e lo fa mediante l’emozione, non con l’intelletto. Grazie all’attività artistica che viene fatta nelle scuole steineriane il bambino può acquisire con più facilità la certezza di avere un posto nel mondo. La pratica della musica, il teatro, l’uso della creta, dei colori, del legno, tutto ciò permette al bambino di creare il mondo secondo un punto di vista animico.

Le ricerche scientifiche più recenti hanno dato rilievo all’esistenza di diversi tipi di intelligenza logica, si è individuata un’intelligenza emotiva, un intelligenza sociale, un’intelligenza di movimento… Intelligenza emotiva è il titolo, appunto, di un interessante studio di Daniel Goleman. Vorrei leggervi un breve brano tratto dalla prefazione che l’autore ha scritto per l’edizione italiana: “In Italia come altrove, l’infanzia non è più quella di un tempo. I genitori rispetto ai loro padri e alle loro madri sono oggi molto stressati e sotto pressione per le questioni economiche e costretti a un ritmo di vita molto più frenetico. Dovendosi confrontare con una nuova realtà, hanno probabilmente un maggior bisogno di consigli e di guide per aiutare i propri figli ad acquisire le essenziali capacità umane. Tutto questo suggerisce la necessità di insegnare ai bambini quello che potremmo definire alfabeto emozionale, le capacità fondamentali del cuore. Come negli Stati Uniti, anche in Italia è stato intrapreso un positivo percorso in tal senso, introducendo programmi di alfabetizzazione emozionale che oltre alle materie tradizionali, come la matematica e la lingua insegnino ai bambini le capacità interpersonali. Queste capacità sono fondamentali proprio come quelle intellettuali, in quanto servono a equilibrare la razionalità con la compassione. Rinunciando a coltivare questa abilità emozionale ci si troverebbe a educare individui con intelletto limitato. Un timone troppo inaffidabile per navigare in questi nostri tempi soggetti a mutamenti tanto complessi. Mente e cuore hanno bisogno una dell’altro”.

Prima di Goleman, anche Steiner aveva affermato che l’educazione emotiva non può essere abbandonata al caso, bensì deve essere considerata uno dei compiti principali della scuola. Vorrei citare ancora da Educazione del bambino e preparazione degli educatori: “Nel periodo che va dalla seconda dentizione alla pubertà, è di particolare importanza l’immagine spirituale o rappresentazione simbolica. È necessario che il giovane accolga in se i misteri della natura e le leggi della vita, possibilmente non in aridi concetti intellettuali, ma in simboli”. Simboli e immagini (pensiamo ai miti greci, per esempio) consentono di parlare delle leggi della natura evitando ogni astrattezza concettuale. Quello delle immagini è un linguaggio che rafforza la vita emotiva del bambino, perché agisce a questo livello, non su quello intellettuale.

Se nei primi anni di vita sviluppiamo soprattutto la capacità di prendere iniziative, nel secondo settennio sviluppiamo le facoltà sociali. E, in effetti, tutto ciò che è ha a che fare con le emozioni e connesso alla sfera sociale. Non possiamo sapere quali caratteristiche avrà la società in cui vivranno i nostri bambini quando saranno divenuti adulti. Possiamo però immaginare che le facoltà sociali acquisteranno maggiore importanza. Già oggi le grandi aziende chiedono sempre di più ai propri collaboratori di saper lavorare in una squadra, in un team-work. Nella scuola Waldorf si insegnano le lingue straniere fin dalla prima classe, non tanto per trasmettere in anticipo nozioni che si possono apprendere anche in seguito, quanto perché si vuole sviluppare la capacità del bambino di entrare nel sentire, nel pensare di un’altra persona. Uno scopo analogo ha anche lo studio della musica, inteso come uno dei maggiori strumenti di alfabetizzazione emotiva. La televisione è un utile mezzo di informazione, e non dobbiamo averne paura. Però dobbiamo anche capire che essa non è in grado di sviluppare la facoltà emotiva, e che tale facoltà si può sviluppare solo laddove esiste il rapporto fra un io e un tu. La moda vuole imporre dei modelli di consumo prestabiliti e uniformi. Il nostro compito di educatori consiste invece nel condurre i ragazzi ad acquisire una piena indipendenza sviluppando il proprio io anche a livello emotivo.

Nel terzo settennio, quando i ragazzi entrano nella scuola superiore, si sviluppa la capacità di giudizio. È questo il periodo in cui essi sono più sensibili al fascino del computer, e cioè di una intelligenza artificiale. Ma quella artificiale è un’intelligenza senza io. Naturalmente, è bene fare delle distinzioni. Nel mondo adulto, il computer è uno strumento prezioso nell’assolvimento di molte mansioni: dalla contabilità alla realizzazione di un giornale, alla composizione di un libro… Ma al computer l’umanità ci è arrivata a conclusione di un lungo periodo durante il quale ha per prima cosa dovuto acquisire la facoltà di scrivere a mano (non si deve dimenticare che per molto tempo solo i sacerdoti avevano l’opportunità di scrivere e leggere). I bambini devono ripercorrere tutti i passaggi dello sviluppo dell’umanità, compreso quello che ha portato alla padronanza della scrittura. È importante che le lettere entrino a far parte di me, ed esprimano la forza della mia personalità. Ma torniamo al giudizio.

Quando nelle mie classi inizio l’epoca di ottica, propongo un esperimento facendo vedere le gocce d’acqua di uno spruzzatore colpite da un fascio di luce, in una stanza completamente buia. Per spiegare il fenomeno, i ragazzi abbozzano le ipotesi più improbabili. Capita sempre che qualcuno non si fidi e sospetti un trucco da parte del maestro. Il processo del giudizio non è fissato a priori. Si sviluppa all’interno della relazione fra un io e un tu. Leggiamo ancora un passo di Steiner: “Ogni giudizio che non sia costruito sulla base dei tesori dell’anima getta pietre sul cammino di chi l’ha formulato, perché se una volta si è pronunciato un giudizio su una cosa, se ne rimane sempre influenzati”. Quando insegno ottica, posso far scrivere sul quaderno: “la luce rimane visibile, se non trova un oggetto su cui riflettersi”. E’ un giudizio incontestabilmente corretto.

Eppure il ragazzo che lo scrive non ha la possibilità di avere un rapporto intenso con la luce e il suo manifestarsi, tanto meno con la luce trasformata in luce del pensiero. Il pensiero si illumina soltanto quando il ragazzo ha esperienza di qualche cosa.
Il computer non dà esperienza, dà informazioni, anche se è vero che esso è il prodotto di un’esperienza.
Soprattutto nella scuola Steineriana, è necessario che i ragazzi imparino come funziona un computer, quali leggi vi sono incorporate, che cosa può fare. Il computer può accumulare ed elaborare dati, non può collegare realtà e giudizio. Certo, con il computer si può anche disegnare. Ma a differenza della matita e del pennello, che sono una prosecuzione del nostro io, i movimenti a scatti di un mouse interrompono il cammino dell’io. Quanto ai giochi, essi stimolano una reazione più che una vera azione. Non è la stessa cosa giocare a scacchi con il computer o con il proprio padre. Anche nel gioco vi è il rapporto fra un io e un tu. Il ragazzo si domanda: “Che cosa sta pensando mio padre, quale strategia seguirà?”

Nell’ipotesi più ottimistica, ogni ora che il ragazzo passa di fronte a uno schermo è un’ora perduta per la sua educazione. Se le ore diventano molte, gli effetti sono ancora peggiori. Non vi sono ore da perdere, tante cose dobbiamo sviluppare insieme. Noi adulti possiamo sviluppare delle attività: leggere la sera un libro insieme ai nostri figli, fare una gita in montagna…E se piove? Ricordiamoci quel proverbio tedesco che dice: “Non esiste il brutto tempo, esistono solo i vestiti sbagliati” (e là se ne intendono di brutto tempo). Se il tempo è bello la gita sarà un’avventura, se è brutto sarà un’impresa ancora più avventurosa da raccontare il lunedì a scuola.

Condividi: