L’architettura organica vivente

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Con questo contributo dell’architetto Andi (pubblicato sulla rivista Dynameis) inauguriamo un percorso di avvicinamento alla costruzione della nuova scuola Steiner-Waldorf di Reggio Emilia. Il percorso coinvolge primariamente la nostra comunità di genitori ma intende rivolgersi anche a tutta la città di Reggio, poiché l’edificio e le attività che vi saranno svolte porteranno valore al quartiere e al territorio. Iniziamo dunque ad avvicinarci alla conoscenza dei principi e degli ideali che guideranno la progettualità degli spazi, delle forme, dei materiali e dei colori della nuova costruzione.

“Un’autentica armonia dell’anima può essere provata solo là dove nell’ambiente, in forme figure e colori, si rispecchia ai sensi umani ciò che l’anima riconosce come i propri più degni pensieri sentimenti ed impulsi”.
Rudolf Steiner, Luzifer-Gnosis, 1907

Lo stato attuale dell’attività del costruire, in generale in Europa e in particolare nel nostro Paese, sembra oggi arrivato a un punto zero. A causa della crisi economica, che sottrae pesantemente le risorse finanziarie alle iniziative edilizie per indirizzarle a operazioni speculative borsistiche, oppure per sostenere in qualche modo immodificate strutture burocratiche e istituzionali che richiederebbero invece di essere radicalmente riformate; oppure, infine, per finanziare settori della vita sociale che non sono di importanza essenziale ma sono strumento di soddisfacimento di bisogni futili o distrazione della coscienza dai temi evolutivi essenziali (e da cui provengono fenomeni che ormai quasi tutti stigmatizzano: consumismo, parassitismo sociale, litigiosità, …) il lavoro nel campo dell’edilizia si è ridotto ai minimi termini.

Questa crisi professionale e di settore però trova riscontro in un altro aspetto della realtà odierna, che agisce contemporaneamente come alimento inibitore sullo sviluppo dell’attività edilizia: la saturazione del “mercato” che si manifesta da una parte nella sovrabbondanza dell’offerta di prodotti-casa rispetto alla richiesta della società (con un enorme massa di vani vuoti, invenduti e non occupati) e dall’altra nell’occupazione esorbitante e disordinata di suolo libero, con un consumo del territorio sproporzionato assai preoccupante.

Perchè l’uomo in realtà costruisce?

Ma, a ben vedere, questi due fattori di crisi, che oggi sono evidenti e sono stati ormai sufficientemente denunciati ed analizzati, nascondono un terzo fondamentale e ben più importante fattore, che investe alla base il senso dell’attività del costruire, dell’architettura. Infatti, se ci si chiede perché l’uomo in realtà costruisce, la risposta comune più immediata è quella che poi sta alla base oggi di ogni corso scolastico di edilizia: per proteggersi da fattori esterni. Infatti, che si ricorra a questa motivazione per spiegare i primi esempi di costruzione da parte dell’uomo “primitivo” (per difendersi dalle fiere o dalle intemperie) o che la si ripeta ovviamente e implicitamente in ogni passaggio evolutivo della storia dell’architettura e del costruire, questa motivazione indica un aspetto reale ma elementare dell’arte dell’edificare, che riguarda la necessità del corpo umano di avere un riparo fisico, così come per esempio l’embrione dell’essere umano ha bisogno del grembo materno con tutte le sue proprietà fisiologiche-biologiche per formarsi, svilupparsi, crescere.

Questo è solo, però, un primo fattore materiale che sta alla base dell’azione edificatoria. Un secondo, più sottile ma altrettanto evidente, è la necessità di fornire all’essere umano, all’interno di quel confine protettivo, anche delle condizioni di vita che gli consentano di prosperare. I due fattori non sono identici: infatti mentre il primo, l’involucro per dividersi dall’esterno, dal mondo, trova la sua giustificazione nel gesto appunto del separarsi, di opporsi a forze provenienti da fuori, in questo secondo fattore giunge invece ad espressione il gesto di sviluppo da dentro che si apre alle forze e ai processi biologici che stanno alla base della vita e che hanno lo scopo anche di trasformare completamente ciò che filtra da fuori per adattarlo alle condizioni di vita interna. Sia le condizioni, che i processi, che le forze, che le sostanze sono differenti e se per l’essere umano neonato questo significa per esempio godere di un ambiente abitativo che gli consenta di sviluppare i processi vitali essenziali (respirazione, nutrimento, …), di giungere nei primi anni di vita alle fondamentali conquiste fisiche e spirituali dell’ergersi-camminare, del parlare e del pensare, di acquisire tutti quegli elementi su cui poggiano benessere e salute, le abitudini di vita, le capacità di rapportarsi alle persone che lo attorniano (in primis i genitori), le attitudini a usare il proprio organismo per percepire sé stessi e il mondo con i propri sensi; il riflesso di questi fenomeni sull’architettura è la predisposizione di qualità dell’edificio che non solo consentano ma anche favoriscano fattivamente questi processi.

Il contenitore edilizio non dovrebbe solo limitarsi a creare barriera verso l’esterno in modo da fornire un ambiente protetto e dotato delle necessarie caratteristiche fisiche (adeguato isolamento termico ed acustico, necessaria robustezza e durabilità dei manufatti, resistenza statica e strutturale, etc.) e dimensionali (adeguati spazi di vivibilità, adeguate condizioni ambientali naturali, di illuminazione, aerazione riscaldamento, raffrescamento, umidità, etc.) e delle dotazioni impiantistiche moderne (adeguata dotazione tecnologica: impiantistica elettrica, idrotermica, telefonica, informatica, etc.) per il funzionamento pratico delle attività materiali, ma dovrebbe offrire anche quelle qualità formali e distributive, organizzative e logistiche che sostengono lo svolgimento dei processi vitali e della conduzione quotidiana dell’esistenza.

La qualità Forma

Infatti l’aspetto morfologico in senso lato e formale in senso stretto degli ambienti e delle costruzioni ha un diretto rapporto con lo sviluppo delle condizioni e dei processi vitali. Mentre il nesso consequenziale del primo ambito ricordato, cioè tra qualità fisiche dell’edificio e condizioni di vita materiali dell’essere umano, cioè le motivazioni per un giusto e necessario livello quantitativo del progetto architettonico è evidente e conosciuto, il nesso tra qualità della vita e qualità formali (cioè, anche, estetiche) dell’architettura non è oggi per niente considerato.

Questa grave lacuna poggia sul fatto che la cultura scientifica, ma anche quella specialistica e settoriale del nostro tempo, ancora di stampo riduzionistico, deterministico e materialistico, non ha strumenti conoscitivi (e quindi operativi) per affrontare e comprendere la vita, la dimensione vivente della realtà, ma solo quella inorganica, morta. Questo grave limite si manifesta oggi palesemente non solo nelle ricadute negative di una tale impostazione scientifica aliena dalla vita e delle sue conseguenze tecnologiche e tecniche (inquinamenti, sfruttamento ed esaurimento delle risorse naturali, impoverimento dei suoli, mutazioni genetiche, patologie moderne, etc.), ma anche nel disagio abitativo indotto sull’uomo da ambienti edilizi ed architettonici privi di qualità formali organiche, persino nell’azione sottilmente patogena che molte caratteristiche morfologiche e formali degli spazi domestici e cittadini ingenerano nell’abitante (nevrosi, allergie, depressioni, …).

Max Dudler, Sede IBM di Zurigo

Questo aspetto assai importante della progettazione architettonica, ignorato dalla disciplina corrente razionale, di stampo Bauhaus e funzionalista, intuita vagamente dall’approccio alternativo della “bioarchitettura” sotto la generica formulazione di “effetto forma”, ma mai chiaramente studiato e individuato, attende urgentemente di essere considerato scientificamente (e artisticamente). Le condizioni e le qualità della vita si manifestano infatti nel ritmo, nelle proporzioni, negli intervalli, nei rapporti tra crescita e decrescita, tra materia e forma, tra pieno e vuoto, tra dinamica e stasi, tra movimento ed arresto, nell’equilibrio e armonia delle parti, nell’unità delle componenti, nell’organicità dell’insieme.

Edificio del Bauhaus – Dessau, Germania – 1925

Un rinnovato valore dello Stile?

Un terzo fattore importante, che possiamo riconoscere come motivazione per l’arte del costruire, riguarda un livello più interiore dell’esperienza dell’uomo. Egli non si accontenta infatti di costruire degli abitacoli qualsiasi essi siano, ma si ingegna nel dar loro un aspetto piacevole, che corrisponda al proprio gusto, che abbia un contenuto estetico. Alle prestazioni fisiche materiali di abitabilità cui il manufatto deve corrispondere, ai requisiti di vivibilità e comfort che deve avere, si aggiunge per l’abitante il bisogno che l’architettura abbia un aspetto significativo, d’immagine, di rappresentanza e che, in ultima analisi, susciti delle emozioni, dei sentimenti, che stimoli dei pensieri, trasmetta dei concetti, inviti all’azione e permetta l’attività interiore ed esteriore. Tutto ciò ha quindi un rapporto con la vita animica della persona, con lo sviluppo di contenuti culturali, artistici, civili e umani dell’individuo, ma anche della società, in quanto la manifestazione di qualità estetiche e artistiche nell’architettura, soprattutto dove essa concorre a formare gli spazi pubblici e aperti, è legata al carattere del tempo e del luogo, ossia alle qualità di una civiltà e di una cultura che esprimono l’essere di un popolo o di una comunità, la natura di un territorio o di una località con tutte le sue caratteristiche naturali, ambientali climatiche, geologiche, con tutto il portato della sua storia sia materiale (la stratificazione e la presenza delle architetture e degli insediamenti storici) che spiritualmente (gli stili, le mode, le concezioni estetiche ed artistiche affermatesi nel tempo, i sostrati culturali spirituali e morali che determinano e hanno determinato il sorgere di modelli e organismi architettonici, con le religioni, i sistemi filosofici, i movimenti artistici, le correnti di affermazione dell’impulso dell’uomo a trasformare la terra).

In questo senso allora l’architettura ha una terza dimensione che riguarda lo “stile” in cui è realizzata, e i caratteri artistici ed espressivi che la connettono con il luogo, il tempo e il contesto sociale in cui è sorta. Dal punto di vista dell’elemento del linguaggio architettonico, attraverso questa dimensione, se la prima lo fa attraverso materiali, tecnologie e caratteristiche fisiche, e la seconda attraverso le forme e tutti gli elementi morfologici, questa terza si esprime dunque attraverso quei caratteri formali che si rivolgono in primis all’esperienza interiore dell’individuo, all’anima: luce e ombra, colore, decorazioni ed ornamenti, qualità percettive come calore, gusto, proporzioni e armonia, musicalità dell’insieme e delle parti, etc. Bisogna riconoscere che questa, la dimensione più prettamente artistica dell’architettura, oggi viene trascurata, oppure interpretata in modo distorto in funzione di altri fini estrinseci al fatto architettonico (fini ideologici, politici, economici, commerciali, …).

Le scelte progettuali si orientano prevalentemente, se non esclusivamente, nel campo dell’attività edilizia corrente, su motivazioni economiche (il più basso costo di costruzione), tecniche e tecnologiche (il risparmio o la redditività in termini di consumo energetico, la “casaclima”), la dotazione spinta di congegni ed impianti automatizzati (la domotica, la “casa intelligente”, etc.) o anche di soddisfacimento di istanze sociali generiche e demagogiche (la “casa per tutti”, l’occupazione e il lavoro garantito,…). Benché oggi alcuni di questi idoli ideologici non siano più un tabù, la qualità artistica nell’architettura contemporanea, schiacciata ed espulsa inoltre anche dal sistema soverchiante e anacronistico della legislazione edilizia e della burocrazia delle autorizzazioni, è ridotta ai minimi termini, confinata in quegli interventi eccezionali delle “archistar” o delle realizzazioni dimostrative che non toccano la vita della gente comune. E anche quando, giustamente, ci si appella ai valori ambientali ed estetici di armonico inserimento nel contesto preesistente, oggi in Italia lo si pensa solo in termini di conservazione e di mimesi del passato. L’architettura, quindi, non esercita quell’importante ruolo di ambiente dove la vita interiore dell’uomo viene alimentata, sostenuta, sviluppata.

Le Corbusier, La Ville Radieuse. The Radiant City.

Spazio e identità

Infine va considerato un ultimo importante aspetto del compito dell’architettura oggi, quello di porsi come strumento di riconoscimento, di autocoscienza e autoformazione della spiritualità dell’individuo. Questo è un compito nuovo che in passato non era attuale, almeno in rapporto all’individuo umano, bensì era rivolto all’individualità di gruppo delle comunità di uomini o dei popoli.

L’edificio architettonico, quasi sempre di carattere religioso (il Tempio, la Chiesa, il Duomo) o pubblico (la sede del governo, del sovrano, dell’autorità) aveva i caratteri formali e materiali, simbolici ed ideali tali da indicare il ruolo di rappresentazione, ma anche di esercizio concreto della presenza dell’evento o dell’entità che lì era presente (la divinità, oppure l’incontro con essa attraverso il culto), oppure che lì aveva sede e azione (l’esercizio della giustizia, del governo, …). Tutto, dalla monumentalità delle dimensioni e grandiosità delle forme, dalla ricchezza delle decorazioni, dalla solennità dell’atmosfera e sacralità del luogo, concorreva a trasmettere il senso e la realtà di una presenza superiore, divina, ad innalzare il singolo e il gruppo a una superiore altezza di coscienza, coadiuvato in ciò dalle cerimonie, i culti, le ritualità, in modo da condurli a un’evoluzione spirituale necessaria.

Questa non è più una situazione adeguata al nostro tempo, poiché esso chiede invece la crescita e lo sviluppo dell’individuo, della coscienza libera e autonoma del singolo, non più vincolato dalle dinamiche di gruppo. Di conseguenza, nel campo dell’architettura questo cambiamento si manifesta per esempio nell’importanza che ha oggi l’abitazione del singolo, della persona rispetto al passato, dove questa tipologia quasi non esisteva. Al contempo però l’architettura deve mostrare questa destinazione individuale, deve corrispondere ai bisogni, alle necessità, al carattere e alla sostanza spirituale dell’individuo o degli individui che la vogliono, la creano, la costruiscono, la abitano, rifuggendo ogni massificazione ed omologazione, standardizzazione e generalizzazione: deve essere la controimmagine positiva e autentica di quella persona; e così facendo questa si rispecchia in quella e acquista autocoscienza, il che vuol dire si “autocostruisce”.

Oggi raramente l’architettura moderna e contemporanea è in grado di svolgere questo ruolo fondamentale; anzi si assiste a fenomeni opposti. Gli edifici non hanno più una loro specifica caratteristica e identità, individualità: il linguaggio internazionale omologato delle forme e dei materiali genera strutture senza legame con il luogo e con le cose; prefabbricazione, standardizzazione, automazione dei sistemi costruttivi e progettuali inducono uniformità, ripetitività, genericità, monotonia delle soluzioni e delle forme; mode e consuetudini passivamente acquisite di concezione progettuale e stilistica producono conformità, sciatteria, banalità, superficialità; malintesi intenti di democraticità e di comunanza si traducono in povertà o assenza di inventiva, in mancanza di carattere ed espressività dell’architettura, omologazione. Oppure si assiste anche a travisamenti, dove la funzione e il senso di un edificio si perdono o vengono mascherati (una chiesa sembra un capannone, una scuola sembra una fabbrica, l’abitazione collettiva diventa un allevamento in batteria, un luogo di lavoro diventa una caserma, un luogo di divertimento o di cultura diventano una “casa di tolleranza” o di seduzione, di corruzione).

Molto spesso, di fronte a fabbricati contemporanei ci si chiede disorientati a cosa servono, cosa contengono, qual è la loro funzione, cosa sono; dov’è l’entrata, dov’è il davanti e dove il dietro, e così via. Di fronte all’astrattezza del fabbricato e della sua concezione (certo: si motivano con la necessità di economizzare, di rendere flessibili e intercambiabili le strutture egli spazi!), l’uomo perde il senso delle cose e della realtà concreta, di sé stesso; e il paesaggio si riempie di macchine, di oggetti senza qualità architettonica, volumi ingombranti che invecchiano rapidamente.

Una nuova prospettiva attuale

Che fare? L’esigenza attuale di ripensamento della nostra società in tempi di crisi per quanto riguarda anche l’architettura e le sue professioni, deve andare al fondo di questi quesiti e rifondare la concezione a tutti i livelli del senso e del compito del costruire. L’architettura deve riguadagnare in senso moderno i suoi fondamenti spirituali oggi perduti e iniziare con il porre l’uomo al centro dei propri interessi. Questo richiede una conoscenza dell’essere umano, allargata dall’immagine riduttiva, materialistica e omologata di oggi a una immagine dove la dimensione fisica corporea si arricchisca conoscitivamente della dimensione vivente dell’antropologia spirituale dell’organismo (corporeità “eterica” o vitale), della dimensione psicologica e animica reale (e non convenzionalmente ridotta e imbrigliata in schemi psicoanalitici), dove pulsa la vita interiore della persona; della dimensione, infine, spirituale vera e propria (non travisata da interpretazioni sociologiche, ideologiche, religiose confessionali o pseudo-filosofiche), che è fondamento dell’individuo umano e che è il teatro dove si sviluppano la sua autocoscienza, il senso e la realtà della libertà, il rapporto veridico con il mondo e altruistico con gli altri uomini: in una parola, dove egli impara a sviluppare la sostanza di amore spirituale.

Questi obiettivi sono possibili e offerti oggi dalla esistenza della “scienza dello spirito antroposofica” ossia quell’impulso conoscitivo, impostato su rigorosa base scientifica, ma indagatore e applicato al campo soprasensibile dell’esperienza umana, fondato e proposto da Rudolf Steiner (1861-1925), a partire dalla sua rivalutazione e rilancio dell’opera artistica e scientifica di Wolfgang Goethe; impulso che è anche fecondo nel campo delle attività concrete umane, della pratica operativa in molti campi, compreso quello dell’architettura. Infatti, dall’impulso antroposofico proviene liberamente e oggettivamente, consapevolmente e conseguentemente, lontano da approcci religiosi confessionali così come da coloriture ideologiche, anche il rinnovamento dell’architettura per il nostro tempo.

La corrente dell’ ”architettura organica vivente”, nata appunto da Rudolf Steiner e sviluppatasi in molti Paesi e in molti campi, in questo secolo di vita fino ad oggi, con il contributo di molti artisti e architetti, presenta i caratteri necessari a rispondere alle esigenze sopra ricordate. La sua rinnovata qualità è molteplice e a tutta prima rivolta a quei quattro ambiti:

Sul piano fisico materiale regola e amplia l’esperienza e la tecnica costruttiva contemporanea a elementi e pratiche rivolte all’esser umano e alla sua corporeità sostanziale e strutturale: materiali naturali, o elaborati, ma tratti dalla natura; lavorazioni bioecologiche e sostenibili, impiantistica ecologica e oggettivamente utile e sostenibile dalla persona, corretti dimensionamenti dei corpi e delle membrature, razionale, espressiva e veritiera organizzazione delle strutture statiche e meccaniche.

Sul piano vitale l’architettura organica vivente si sostanzia in soluzioni non solo materiali ma figurative, formali, con adeguatezza e ricchezza, varietà di forme e soluzioni morfologiche, atte a favorire i processi di vita e abitativi, organismi armonici e coerenti, linee dinamiche e mutevoli che però trapassano dal movimento alla quiete e ancora dalla quiete al movimento, forme plastiche modellate e modulate, volumi articolati e differenziati, varietà di aperture e chiusure degli involucri; introduce il principio della metamorfosi delle forme.

Sul piano dell’esperienza psicologica e animica questa architettura si presenta con qualità percettive e sensitive, ma anche concettuali che alimentano e sostengono la salute dell’anima e la vita interiore nei processi conoscitivi di pensiero, di sentimento e sensibilità, di decisionalità e azione volitiva (i suoi valori linguistici ed espressivi vanno dalla chiara funzionalità delle soluzioni, alla composizione distributiva equilibrata, al senso e significato fondati e reali degli elementi compositivi, all’inveramento di un linguaggio stilistico organico, armonico tra le parti e il tutto, in unità e diversificazione coerente ed equilibrata, coagulandosi il tutto in quella che è la percepibilità del corpo dell’edifico in luci e ombre e colori, vividi e luminosi, trasparenti e vibranti).

Infine, sul piano essenziale del senso primo e ultimo del costruire, l’architettura organica vivente cura la creazione di organismi abitativi e di vita dove l’uomo si senta accolto e contenuto, rappresentato e sostenuto nelle sue necessità, dove si riconosca nei suoi propri caratteri e aneliti, ideali ed azioni. In una parola, dove attraverso lo spazio che viene generato e qualificato come intervallo da tutte le membrature, come quid intercluso, dei corpi concreti espressi dai punti sopraindicati, egli trovi sé stesso, cresca in autocoscienza, senso di responsabilità, in libertà e dedizione al proprio motivo esistenziale, al compito che si è dato per la “realizzazione” della propria individualità e per il suo ruolo nella comunità umana sulla terra.

Così rinnovandosi e rifondandosi, anche l’architettura ritroverà un suo reale e sano attuale compito, all’interno del necessario urgente e radicale cambiamento di tutta la società di oggi.

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